Il chirurgo-pediatra Claudio Spinelli si racconta nell’intervista a Marco Palamidessi

Claudio Spinelli, professore ordinario di Chirurgia Pediatrica all’Università di Pisa e primo maestro della nota “Baby Doctor” lucchese Alessia Bertocchini, è molto conosciuto in città perché ha operato molti bambini della Lucchesia. Giovedì 3 maggio alle 19 inaugura a Bollicine D’Autore Art Gallery (via Calderia, Lucca) la sua mostra personale “Trasmutazione d’Amore” che resterà allestita nel locale fino alle 18 maggio. Il critico d’arte Marco Palamidessi gli ha fatto una bella intervista che parla di lui, dell’arte e del rapporto arte-medicina, e che con piacere pubblichiamo. 

 

 

 

1.Perché “ Trasmutazione d’amore” ?

Il titolo “ Trasmutazione d’Amore”, dato a questa mia personale, è ripreso da un mio quadro che rappresenta un grande uovo di gesso, con accanto dei cipressi. Con il passare del tempo questa vicinanza tra i due, mi sono immaginato, determina una “trasmutazione“, l’uovo e i cipressi tendono ad assomigliarsi. L’uovo diventa più alto e più scuro mentre i cipressi più larghi e più chiari.

Trasmutazione, pertanto, significa “trasformazione”, “sostituzione” – grazie alla nostra immaginazione – di un oggetto, di un paesaggio, di un essere vivente o non, in qualche cos’altro : di forma, di colore e di funzione diversa. È una dissimilitudine nella similitudine. Il fine è di esprimere e trasmettere, con questi nuovi simboli, forti emozioni: gioia, felicità, tristezza, angoscia. E, solamente il sentimento d’”amore” nei suoi significati più ampi, può muovere la nostra mente, la nostra creatività… la nostra anima, verso un atto di trasmutazione. Esso stimola la mente… induce a trascendere dalla realtà…ad andare oltre…a volare. È necessario, affinché avvenga ciò, una “integrazione amorosa”…un “atto contemplativo”…un “coinvolgimento emozionale” tra l’anima dell’artista e l’individuo o l’oggetto o il paesaggio che deve essere dipinto. Il termine che esprime meglio questo concetto  è l’empatia, cioè quella capacità umana di “sentirsi dentro” ( en “dentro” e pathos “sentimento, sofferenza”) le emozioni, i sentimenti, dell’altro. La spiegazione neurobiologica dell’empatia è correlata con l’attivazione, a livello cerebrale, in modo più o meno intenso, dei neuroni-specchio. Solamente grazie a questa immedesimazione emozionale con l’oggetto esterno, prendono forma  pensieri colorati, sogni, fantasie, desideri… che si “trasmutano” in atti…in materia…in pittura…in “opere d’arte parlanti”,  che a sua volta emetteranno ulteriori emozioni.

Parlare d’amore è difficile, tutti noi lo conosciamo, sappiano cos’è, ma definirlo con parole è arduo, forse non ci sono parole adatte ad esprimerlo. L’Amore, è quella “Forza Magica dell’Universo” che unisce e tutto muove: «Io (Logos) dimoro […] in ogni movimento che esiste nella materia tutta», come è scritto nel prologo del Vangelo di Giovanni. J. W. von Goethe definisce questa forza: “movimento creatore e distruttore dell’eterno”. Esso è paragonabile al “Fuoco”…al movimento incessante della fiamma che tutto crea e tutto distrugge; così grande e potente da fare: “muovere il sole e le altre stelle ”, come ha scritto il Sommo Poeta nel XXXIII canto del Paradiso. Così forte, aggiungo io, da fare:muovere il nodo seno atriale di Keth-Flack”, che rappresenta il pace-maker naturale del cuore di tutti gli esseri viventi: la sua magica e misteriosa attività dà l’impulso alla vita. Nel mondo greco il concetto di ”amore” era espresso con tre diversi termini: Agapē, Erōs, Philia.  Il significato di questi tre aspetti risulta utile per comprendere il concetto della “trasmutazione d’amore”. Agapē: esprime l’amore incondizionato…disinteressato…al di fuori di ogni reciprocità… indipendente dai difetti o debolezze della persona amata. È l’amore della madre verso i propri figli…è l’amore dell’uomo verso l’Essere Supremo. Erōs: è l’amore unidirezionale…è l’amore ossessivo e folle dell’innamorato…è l’amore totalizzante verso la persona amata.   “Quando nuoto nel mare sei mare. Se cammino sei terra sotto i miei piedi e quando penso diventi pensiero…ma immagino che se sapessi volare saresti cielo.” la forza trascendente/trasmutabile dell’amore/eros è emblematicamente svelata da queste parole di ML.Eliot. Philia: è un termine che indica semplicemente “ciò che è caro… ciò che ci piace”; è un amore più attenuato, un sentimento più debole, che coincide con quello dell’amicizia. Esso esprime un amore, solidale, fra esseri umani, basato sulla speranza e sulla fiducia nell’altro… è l’amore di affetto, è l’amore di cui spesso ci aspettiamo un ritorno, come quello, appunto, tra amici che si fonda sul principio di reciprocità.

 

  1. La componente onirica , fra il metafisico ed il surreale, della sua arte, da cosa scaturisce ?

La creazione artistica, secondo me, scaturisce dalla paura di soffrire e dall’angoscia della morte. Essa rappresenta una reazione di protesta interiore verso il destino a noi sconosciuto…è uno sforzo della nostra anima per cercare di sopravvivere ad esso. Mi piace identificare il mio “centro creativo” con la mia anima. L’anima, secondo me, è nata quando, per la prima volta, l’”uomo sapiens” (circa 300.000 mila anni fa) ha percepito il senso della morte. È in quel momento che l’uomo s’inventa l’eternità e con la sua mente inizia ad andare oltre il tempo umano, oltre il ciclo naturale delle stagioni. Così l’anima acquisisce magicamente la potenziale capacità di allontanarsi dal proprio corpo… di fuggire dal mondo reale…dal mondo visibile… verso un “non luogo”…un mondo invisibile…fantastico …verso l’“Eterno. Io immagino la mia anima in  preda a un movimento continuo simile al mare. Essa si muove come le nuvole…come i colori del “paesaggio” che variano lentamente ma inesorabilmente in un flusso incessante, istante dopo istante, dall’aurora all’alba, dal giorno al tramonto, dal crepuscolo alla notte; si muove come i girasoli “impazziti di luce”, come nella poesia di Eugenio Montale… mostrando il loro “volto giallino agli azzurri cieli al sole”. L’uomo – come scrive Primo Levi (La Tavola Periodica) è un intreccio di carne e di mente, di alito divino e di polvere…secondo me l’anima è quest’ “alito divino”, la parte più evoluta, più spirituale che è in noi… è il divino che è in noi.  L’anima, come scrive Italo Calvino (Lezioni Americane), è la sede del “Sentimento”, dell’”Amore”, della ”Conoscenza”, ma non della conoscenza razionale…, intendo quella conoscenza che ci permette di vedere “oltre il visibile”, di soffermarci sui colori, sulle forme, di creare o ricostruire situazioni fantastiche… immaginarie ed imprimerle nella nostra mente quasi da farle sembrare vere. Questa è la funzione dell’anima. Noi uomini, infatti, fluttuiamo sempre tra un mondo reale e uno immaginario… su un confine di una realtà fluida, difficile da contenere in uno spazio certo. La nostra anima ha bisogno di sentirsi libera e per fare ciò ha bisogno d’immaginazione che gli permette di uscire dal mondo reale ed entrare in quello fantastico, più favorevole e avvincente… dove tutto torna. Un mondo capovolto, ma che fa parte integrante del nostro vivere e che ci permette di ricercare la felicità ovunque, al di qua o di là del reale.  Per questo l’anima è “energia pura”…è “movimento” che a sua volta ci muove e ci stimola ”a ricercare la “felicità”, la “conoscenza” e la “bellezza ”. Per Omero, infatti, l’anima era l’ultimo respiro…ciò che restava dell’uomo dopo la morte.  L’anima, quindi, ha un destino, quello di andare oltre la caducità del tempo (Kronos), sotto forma di “memoria” o “ricordo” (Mnéme). L’anima, infatti, è la sede della memoria dell’individuo ed è ciò che resta vivo dopo la sua morte, altrimenti tutto si perderebbe rapidamente nel flusso del divenire….tutto cadrebbe nell’oblio (Lèthe). I poeti, i pittori, gli artisti in genere, al contrario degli uomini comuni, sono beneficiati dalla loro stessa arte, in particolare dai loro atti (opere) che gli concedono di essere allontanati più lentamente dall’oblio del divenire. L’anima degli artisti è come se fosse posseduta da un’“ispirazione divina”. Questa è una “particolare condizione che la rende “entusiasta” e l’anima entusiasta si muove con un maggior vigore e solo così può produrre “arte”…”poiesis”. Il termine “entusiasmo”, deriva dal greco, “en” (in… dentro) e “theos” (Dio… divino), cioè avere il divino dentro …Dio dentro di noi. Nell’“entusiasmo” non parla più il poeta ma il dio che lo abita. In questa particolare situazione di grazia, tutte le emozioni, anche le più contrastanti, come la gioia, la sofferenza, vengono “trasmutate” – ecco di nuovo un atto di trasmutazione – in “bellezza estetica” fine a se stessa.  Platone (Fedro) affermava: chi cerca di avvicinarsi all’arte, senza essere posseduto dall’entusiasmo indotto dalla follia delle Muse, convinto di diventare artista solo per avere acquisito delle capacità tecniche, la sua arte sarà del tutto inutile e sarà ottenebrata. In ugual modo, Salvatore Dalì, nel suo libro dal titolo: “50 segreti magici per dipingere” (scritto insieme alla sua Musa “Gala”) svela solo nell’ultima, delle 162 pagine, il segreto più importante: << L’ultimo segreto di questo libro, infatti , è che prima di tutto è assolutamente necessario che, nel momento in cui ti siedi davanti al cavalletto per dipingere il tuo quadro , la tua mano sia guidata da un angelo >> . Ecco, questo “angelo”, non è nient’altro che l’“anima dell’artista posseduta dall’entusiasmo divino”, senza il quale la “vera arte” non può esistere.  Solo così, l’artista non sarà oscurato dopo la sua morte, ma al contrario si renderà immortale…eternandosi…“come l’uom s’etterna” – come scrive Dante Alighieri nel XV Canto dell’Inferno – rendendo immortali anche le proprie opere.

 

  1. Cos’è la pittura per Claudio Spinelli ?

Per me dipingere è un atto d’amore. I “pittori ispirati” hanno sempre una netta e sublime sensazione di donare, con l’ultimo tocco di colore portato sulla tela, “un po’ di tempo “ …un po’ di ”immortalità” all’oggetto che stanno creando. La concezione del “tempo”, quello cronologico, che i greci lo definivano “Cronos” (differenziandolo dal tempo eterno “Anion” e dal tempo personale “Kairos”), rappresenta per qualsiasi uomo un affascinante e attraente tema; ma, per un artista è un “background” che non lo abbandona mai, è un confronto continuo tra il suo presente ed il tempo che passa. Con la creazione di un’opera pittorica, si ha la netta sensazione di fermare il tempo, di circoscriverlo, di avvolgerlo, di imprigionarlo all’interno della cornice. Guardi il tuo quadro e senti, che sei riuscito a bloccare il “tempo “. Esso è lì dentro, mescolato con i colori, con l’odore dell’olio di lino, con la luce e con l’aria, ingredienti essenziali per la tua creazione artistica.  Osservando un quadro non hai la sensazione di un “tempo finito”, ma di un “ tempo infinito”; e il tutto sembra proiettato verso un “tempo eterno”. Io penso che si ami realmente solo quando si regali “spazio e tempo”. Ogni volta, hai la percezione, con la tua opera, di regalare all’oggetto che dipingi qualcosa di straordinario, cioè il tempo. E regalare il tempo è l’atto più amorevole che può fare un uomo. È per questo, che dipingere è un atto d’amore. L’opera d’arte, certamente dura più del suo creatore, prende vita con lui e non sappiamo quando terminerà, anche se, prima o poi , anche lei avrà fine. Mi piace pensare, che l’opera d’arte, al contrario di un uomo, non abbia la percezione di morire. Essa non ha, come gli animali, il concetto della finitezza e questo mi rallegra ulteriormente.

 

  1. Cos’ è la pittura per un chirurgo?

È un completamento alla professione medica, perché il medico e in particolare il chirurgo affrontano di continuo problematiche legate alla vita e alla morte. Ed essi rappresentano gli stessi temi inspiratori di un artista, inducendolo alla riflessione e a una conoscenza ancora più profonda sull’“Essere Uomo”, di là degli aspetti puramente scientifici, oltre a raffinare la capacità relazionale di tipo empatico, tra medico e paziente.

 

  1. << In qualche modo la medicina è una scienza. Ma, io direi che è anche un’arte. Un medico che ritiene la medicina una scienza e basta non lo vorrei accanto a te quando un’emorragia non si ferma , o quando tuo figlio urla dal dolore. Il clinico segue i sacri testi, l’artista segue l’istinto. L’artista sente il tuo dolore e arriva all’estremo per farlo smettere. Misure estreme, là finisce la scienza e comincia l’arte>> ( Gray’s Anatomy: settima stagione, 2011)

La riflessione che mi viene proposta è molto interessante, e necessita, prima di argomentarla, definire cosa s’intente per arte. Io credo che il concetto vero, ristretto, sia quello insito nel significato che i greci davano al termine “ poiesis”. Platone, nel Simposio, lo definisce chiaramente e significa “ il fare dal nulla”, nel senso di “ creare”. Pertanto, comprende esclusivamente la poesia, la scrittura, la musica, la scultura e la pittura. Quando da un foglio, da un blocco di marmo grezzo, da una tela “vuota”, compare, una poesia, una statua, un’immagine…qualcosa che non c’era, che non esisteva …e  invece, improvvisamente,  c’è,  compare come per una magia del “mago-artista-uomo”, quella e solo quella, può essere definita “Arte”. Secondo Aristotele il termine “poiesis” si contrappone al termine “praxis” che corrisponde al produrre in senso “pratico”. Esempio tipico è il lavoro dell’artigiano, che produce grazie ad una conoscenza razionale e tecnica (téchne). La differenza è anche nel fine, chiunque produce in “senso pratico” lo fa per qualche cosa di utile…di economico, ma la creazione artistica è fine a se stessa, è in fondo inutile; a me piace chiamarla “ l’utilità dell’inutile”. L’arte è “ creare bellezza”. Essa può anche non essere mai vista da nessun altro, eccetto che da chi l’ha prodotta…come succede in natura alla bellezza di un fiore in un campo o alla dolce melodia di una cicala o di un usignolo. All’artista, è sufficiente percepire quell’attimo di pura gioia, immediatamente dopo la fine della sua creazione. Creare un’opera d’arte, evoca, inevitabilmente, la potenza creatrice Divina: <<… gli artisti, possiedono in sé una forza creatrice, specchio dell’azione creatrice divina, e per questo sono “costruttori di bellezza” (Karol Wojtyla). La creazione artistica, diceva Omero (Iliade) non viene “scelta”, ma viene “concessa” direttamente dagli dei. La medicina/chirurgia non può essere considerata, nel senso proprio del termine, un’arte. I medici eseguono le loro diagnosi e le loro terapie, grazie alla loro conoscenza scientifica, al loro studio sui “sacri testi della medicina e della chirurgia” e agli strumenti tecnici (techne), Pertanto, “la professione medica/chirurgica” è strettamente correlata alla tecnologia e per questo è inscrivibile nella “praxis” e non nella “poiesis”; è un fare in senso pratico e non è un creare dal nulla, da qualcosa che non c’era. Per quanto riguarda il suo fine, oggi, purtroppo, possiamo amaramente costatare che domina quello economico. Ma ognuno di noi è unico e ognuno di noi è diverso, e per fortuna molti medici interpretano la medicina e la chirurgia come un mestiere nobile, volto al raggiungimento del “bene dell’uomo” e all’eliminazione delle sofferenze umane e pertanto, applicano al meglio i propri principi morali nella cura dei malati. Questo è solo un comportamento virtuoso di alcuni e lo percepiamo immediatamente, con grande piacere, osservando l’agire di un medico nei confronti di un paziente. Mi piace dire che io provo, alla fine di ogni intervento chirurgico, la stessa gioia che mi assale dopo aver terminato un dipinto; ma a differenza di un’opera d’arte, dove occorrono solo l’intuizione creativa e non la razionalità; nell’esecuzione di un intervento chirurgico invece serve una predisposizione personale ed una conoscenza scientifica, associata all’esperienza e alla capacità manuale, oltre ai moderni dispositivi tecnologici.

 

Intervista a cura di Marco Palamidessi

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